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Nedda a varannisa |
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Nedda a varannisa è uno spettacolo di teatro-musica nato dall’esigenza di portare a compimento un lavoro musicale ritenuto costantemente in fieri e perciò esigente di abbracciare la sfera delle arti visive.
Varato ufficialmente il 24 ottobre del 2003 presso il Teatro Verga di Catania in occasione della Settimana Verghiana – XII Premio Verga, lo spettacolo è arrivato alla forma attuale (che prevede al completo un cast di 18 persone fra musicisti, ballerine, attori, tecnici esclusi) dopo l’incontro dei sei Eirene con il regista teatrale Antonio Faicchia, napoletano verace conosciuto una sera di giugno ai piedi dell’Etna, in occasione di un concerto eseguito (caso volle) in un parco nei pressi della sua fresca dimora estiva.
In precedenza lo spettacolo aveva attraversato varie fasi sperimentali ricche di buone idee, ma mediocri dal punto di vista scenico-organizzativo e carenti di armonia e sintesi fra le varie scene. Antonio Faicchia, forte della sua esperienza registica (anche siciliana) e, soprattutto, della « meraviglia » suscitata in lui dalle musiche, è riuscito a dar corpo alle carenze e a rendere organico e d’impatto l’insieme fino ad allora poco più che sbozzato. La sua “lungimiranza”, inizialmente scambiata quasi per follia e per questo così ben accetta dal gruppo, ha permesso di mettere su in pochi mesi un impianto scenico perfettamente aderente alle note delle canzoni e agli umori della storia; idee spesso animatamente discusse e vagliate all’esame di un gruppo (rivelatosi tuttavia compatto e straordinariamente in sintonia) che si è trovato a crescere fra momenti di iperbolica creatività e fasi di “secca” in cui, comunque, è riuscito a lavorare grazie anche all’entusiasmo nei confronti di una “visione” comune a tutti e a tutti mai del tutto chiara fin quasi alla fine.
Uno spettacolo capace di generare nello spettatore sensazioni di natura diversa e quasi opposta, dalla serenità a tratti idilliaca dell’amore primaverile alla rabbia sorda della vita spezzata tutto intorno alla protagonista, bruciando apparentemente ogni soluzione di continuità: da qui il senso profondo dell’attualità e il canto eterno alla luna.

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Lo Spettacolo |
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Dieci scene articolate in un’ora e mezza circa: così è strutturata un’opera in cui l’intreccio fra musica e parole è così stretto da offrire uno spettacolo sicuramente originale; quadri che mostrano ognuno la vita della protagonista filtrata attraverso la visione di un mondo contadino presentato senza tradire i canoni del “verismo”.
Originale è anche l’impostazione scenica, realizzata quasi come visione onirica di un surreale “curtigghiu” in cui ogni quadro trova il modo di prendere vita sotto luci e colori dalla consistenza quasi fisica.Nello snodarsi delle situazioni il palco si offre a continui scambi fra tutti i personaggi, generando un moto centrifugo che porta a Nedda come centro reale della vicenda e alla luna come centro ideale, finale immagine quest’ultima scelta per chiudere una visione coscientemente tolta alle pagine della letteratura e offerta all’analisi di tutti e cinque i sensi, lasciando spazio alle considerazioni di chiunque voglia farsene spettatore.
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Perchè Nedda |
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« Nedda è un astro riposto dove meglio lo si possa osservare », come « la luna, forzatamente immobile, costretta ad osservare, volente o nolente, sentimenti, passioni, pescatori e coscienze ».
Nedda è una novella di Giovanni Verga del 1874, scritta durante la fase di passaggio che ha portato l’autore catanese a generare quella potente e originale variazione del “naturalismo” francese che è il “verismo”. A fondamento di quest’opera (e di quelle che tematicamente la seguiranno, da I Malavoglia a Mastro-don Gesualdo) c’è una concezione duramente materialistica della realtà e dell’uomo (secondo quella visione “darwiniana” della società come campo in cui si svolge una spietata lotta per la sopravvivenza).
Nedda si fa così mito, viene immolata ad un modello sociale, diventa simbolo del quotidiano sopravvivere. Sconfitta per tre volte fino a restare sola, non viene cancellata, ma caricata di un dolore multiplo che si aggiunge ai « pesi enormi » che le schiacciano « le membra »: è spettatrice della sua disgrazia e per questo donna forte, figura solida sebbene apparentemente così esile.Nella scelta di lavorare su questo racconto c’è, partendo da Lorenzo e attraversando tutti e sei gli Eirene, la coscienza della straordinaria attualità di questo personaggio, del rigenerarsi continuo di situazioni mai sostanzialmente mutate nel corso del tempo; una sofferenza che, quasi a eco del mito di Prometeo, torna attuale ogni giorno.
E così la luna, soggetto mitico e visione fisica di eternità, è scelta come spettatrice-simbolo del dramma che trae le sue immagini più forti dalla quotidiana ricerca del lavoro per la sopravvivenza, che sia la « raccolta di ulive » o la « cura del campo del curato » o i turni di notte in fabbrica. E a cornice della vicenda troviamo le parole dure, aspre e taglienti della gente, un « curtigghiu » ricco di giudizi ipocriti e gratuiti, frutto di malvagie trame intessute sul sentito dire e continuamente riempito dallo spettro di una forma mentis mai del tutto estinta.
Da tutto questo sono nati 10 brani, raccolti (dopo anni di lavoro) nel CD Nedda a varannisa (pubblicato nell’aprile 2004), che si fanno specchio di queste sensazioni restituendo già con le musiche (oltre che con i testi) una narrazione cronologica dei diversi stati d’animo, dalla gioia per l’amore trovato al dolore per l’amore perduto, in alcuni casi andando anche oltre la vicenda, sia approfondendo aspetti salienti della cultura siciliana (come quello del pettegolezzo di quartiere), sia offrendo considerazioni personali e riflessioni attente e mai affidate al solo piacere del dire.
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